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Semplificare le procedure relative agli eventi calamitosi. Definire una politica di riqualificazione urbana che dia fiato ai costruttori locali e divenga «motore di sviluppo per l’economia territoriale». L’analisi di Gabriele Buia

Investire nell’industria delle costruzioni

21 Dicembre 2012
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Dal Dossier Emilia Romagna, inserto de il Giornale
di Giacomo Govoni

Su dieci aziende che operano nel settore edilizio emiliano-romagnolo, più di otto lamentano una bassa consistenza del loro portafoglio ordini. Sarebbe sufficiente questo dato, estratto dall’ultimo rapporto congiunturale redatto dall’Ance regionale, per sintetizzare il livello di sofferenza in cui versa il comparto regionale delle costruzioni, alle prese con un progressivo deterioramento dei volumi di attività cantierabili. «Purtroppo la matrice finanziaria di questa situazione – commenta Gabriele Buia, presidente di Ance Emilia Romagna – affligge soprattutto un settore come il nostro, molto legato al sistema del credito». Una dinamica negativa che s’inscrive peraltro in un quadro nazionale delle costruzioni, dipinto di recente dal Cresme, non meno preoccupante, soprattutto perché non sembra prevedere una ripresa a breve.

 

Cosa segna il “termometro edilizio” a livello regionale?
«Il Cresme fotografa in maniera eloquente quanto sia problematica la situazione del mercato specialmente per il mondo delle costruzioni. Già nella nostra ultima indagine congiunturale 2011, avevamo preannunciato un 2012 molto difficile e con indici di calo vicini a quelli riportati dal Cresme, che però ha ulteriormente acuito l’allarme. Non potendo esportare per via di una produzione locale non attrezzata su questo fronte, la crisi edilizia ha una ricaduta tipicamente localizzata sul tessuto in cui agisce, ripercuotendosi anche sull’occupazione e i consumi. Le Casse edili stanno registrando una moria di iscritti e temo che nel 2013 assisteremo a un calo di imprese e addetti ancora superiore».

 

Al netto dei risvolti drammatici che ha generato, l’evento sismico che ha colpito l’Emilia può rivelarsi un’inattesa piattaforma di rilancio per le imprese. Come si sta muovendo l’industria regionale delle costruzioni su questo terreno?
«Premesso che l’idea di rilanciare l’edilizia emiliana sulle basi di una circostanza calamitosa non è imprenditorialmente edificante, è indubbio che questo evento darà la possibilità a una parte di imprese locali di tenere occupate maestranze e trascorrere così un 2013 senza lo spettro della chiusura. Noi stiamo collaborando con l’amministrazione regionale perché siamo convinti che l’Emilia Romagna possa lanciare segnali positivi all’Italia sul fatto che la ricostruzione ci può essere e si può fare in tempi rapidi. Il governatore ha già emanato diverse ordinanze sul terremoto, a integrazione di una legge nazionale che ha dettato le linee guida».

 

Quali lavori sono in corso nelle zone colpite?
«Parte della ricostruzione è cominciata: sto parlando in particolare delle sedi municipali e delle scuole. C’è una questione relativa ai fondi da tenere monitorata, per quanto le ultime notizie ci dicano che entro fine dicembre cominceranno ad arrivare risorse statali per pagare le imprese. Spero che questo impegno transiti in fretta dalla carta alle casse e non si sommi invece ai pesanti ritardi già maturati dalle imprese, alcuni nell’ordine dei due anni. Stiamo cercando di lavorare molto anche sulla regolamentazione del mercato e per fortuna la Regione ci sostiene. Nelle scorse settimane siamo riusciti a ottenere, nell’ambito della ricostruzione, l’obbligo della certificazione che attesti la consistenza economica e la correttezza operativa delle aziende edili impegnate nei cantieri. In questo modo si rende il mercato meno anarchico e al riparo da infiltrazioni».

 

È alle porte un riordino dell’assetto istituzionale che potrebbe riflettersi anche sui piani urbanistici territoriali. Cosa dovrà fare il tessuto emiliano delle costruzioni per ritagliarsi un ruolo da protagonista in questa partita?
«Il fatto che si stia ridefinendo il numero delle Province, costituisce una sfida importante per Ance e determina la necessità di ritarare anche gli equilibri all’interno del tessuto imprenditoriale. Per quanto concerne i Comuni, i piani operativi restano tali per cinque anni e quindi per qualche tempo ancora manterranno la stessa valenza. Quanto alle Province, che erano chiamate a redigere dei piani territoriali di coordinamento provinciale, penso dovranno ridefinirli urgentemente, ricavandone uno per ogni fusione. Fermo restando che i piani operativi esistenti faranno fede finché non ce ne sarà uno unico. Ma la priorità che ci siamo prefissi in questa cruciale fase istituzionale punta a intensificare i rapporti con la Regione».

 

Cosa mettere ai primi posti delle future agende istituzionali locali?
«Alla luce di questi cambiamenti, non possiamo farci sfuggire l’occasione di avviare una semplificazione delle procedure degli eventi calamitosi e una nuova volontà di intervenire sul tessuto urbanistico, residenziale e industriale, consolidato. È tempo che parti sociali, amministratori e progettisti facciano una scelta di campo: se davvero vogliamo vincere la scommessa di riqualificare le città secondo modelli europei, dobbiamo riuscire una volta per tutte a dotarci di una normativa all’altezza. Sulla scia di una propensione all’innovazione che l’Emilia Romagna ha sempre mostrato, è il momento che le amministrazioni definiscano una politica sulla riqualificazione urbana in grado di porsi come nuovo motore di sviluppo per l’economia territoriale».

 

A livello di politiche settoriali di sviluppo, quali provvedimenti ritiene non più rinviabili in un’ottica di ripartenza?
«Noi in questo momento stiamo esortando il governo a dare priorità al mondo delle costruzioni. Chiedendo intanto di intervenire sui pagamenti verso le imprese che non possono più permettersi di far da cassa allo Stato o alla Regione. Poi serve sicuramente un piano d’investimenti sulle infrastrutture e uno sulle piccole e medie opere. Penso ad esempio al patrimonio scolastico nazionale, in larga parte non a norma antisismica, da rivisitare in toto. Tornando alle grandi infrastrutture, abbiamo chiesto un intervento sul passante Nord di Bologna che, in quanto opera di portata nazionale, deve esser messa ai primi posti perché, se si blocca il nodo di Bologna, si blocca l’Italia».

 

Quali misure state sollecitando?
«Abbiamo assoluta necessità di riannodare i fili con il sistema della finanza. Dobbiamo restituire linfa agli acquirenti immobiliari, visto che dall’inizio dell’anno in regione l’erogazione dei mutui è calata del 47 per cento. Un fenomeno grave, tenendo conto che in Italia non esiste una bolla speculativa come in Spagna o in Irlanda. Da noi c’è una domanda di mercato con un potenziale molto superiore all’offerta. Il punto è che famiglie e investitori scelgono di attendere, anche per via degli elevati spread bancari. Ecco perché, in un momento in cui è indispensabile far sistema, abbiamo proposto la creazione di un fondo immobiliare nazionale, sottoscritto anche da Cassa depositi e prestiti, che sia garante per le banche. L’intento è rimettere in moto il volano dell’industria delle costruzioni, in primis quella legata al mercato residenziale».
 

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